Clandestini: attenti alle confusioni

Attorno al problema del reato di immigrazione clandestina circola una grande confusione, sia concettuale che pratica. È singolare, per esempio, che monsignor Marchetto – segretario del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti – pensi che esso possa sanzionare una condizione e non un comportamento.Non è l’essere stranieri ad essere considerato reato, ma il modo in cui si è entrati in uno Stato estero. Ognuno di noi può muoversi liberamente per strada, ma se ci introduciamo di nascosto in una casa – anche se non rompiamo né rubiamo nulla – commettiamo un reato. Altrettanto dovrebbe valere per l’ingresso in un’altra nazione all’insaputa delle autorità competenti e, magari, privi di una identità riconoscibile.È parimenti singolare che, da parte di laici dichiarati, si considerino minacciati dall’introduzione di tale reato i diritti naturali quando dovrebbe essere acquisito che di diritti si può parlare solo in ambito storico.Perseguire l’immigrazione clandestina non significa certo ledere il diritto della libertà di movimento: è clandestino chi penetra in un luogo senza farlo sapere.In questo senso, considerare clandestina una badante giunta con visto turistico e poi fermatasi in un Paese oltre il limite del suo permesso, sarebbe improprio. Della badante si conosce l’identità e non si è introdotta di nascosto. In sede di esame del disegno di legge, dovranno essere operate varie distinzioni, perché è impensabile considerare alla pari situazioni totalmente diverse: un conto è una persona provvista di passaporto e un conto chi ne è privo; un conto è lo straniero che passa regolarmente la frontiera e un conto colui che lo fa nel sottofondo di un camion.Certo, se i termini della discussione restano quelli attuali tutto risulterà confuso e destinato a naufragare negli ideologismi di opposta tendenza, senza pervenire ad alcunché di concreto.